Fra la terra e il cielo…
Francesco di terra e di vento, Francesco radicato con forza alla sua umanità, eppure tanto lieve da poter essere sollevato da un soffio d’aria, come una foglia leggera. Francesco fragile come una foglia secca. Francesco forte. Più forte della guerra contro Perugia, forte come una quercia dalla quale le foglie a terra sono cadute per tornare nell’abbraccio materno della natura. Francesco alla ricerca di un senso per sé, nell’immensità del creato di cui quelle foglie secche sono memoria reale e senso palpabile nel loro essere ossimoro dello scorrere della vita. Nelle foglie il cuore e l’anima dello spettacolo.
Non si sentono i rumori delle foglie nella lettura del testo, peccato, ma consigliamo al lettore di immaginarsele le sue foglie come vuole: sulla terra fragrante di profumi in un bosco, o sotto un albero isolato nella sua immensa ombra in un vasto prato, oppure trascinate dal vento sul greto di un fiume nelle giornate di arsura estiva… Ciascuno può immaginarsi frugando nella sua memoria, per recuperare un pezzo di questo Francesco suggerito da Zanoletti in uno spettacolo volutamente semplice, come la vita di questo santo.
Non sono da ricercare elucubrazioni filosofiche nel copione che scorre come l’acqua limpida di una sorgente, persino la complessa questione della regola è passata al setaccio per lasciare brillare dall’acqua pietruzze preziose. È come se, impressa sul testo e sulla scena, restasse solo l’immagine che si conserva nel cuore passeggiando per i boschi e le rocce intorno alla Verna o ammirando stupiti i colori giotteschi nelle basiliche d’Assisi. E questo non è banale, ma profondo, come può essere profondo il sorriso negli occhi di un bambino, non ci si chiede il perché, semplicemente si ammira.
Come diceva un grande esperto di emozioni, il pittore Claude Monet, “tutti discutono della mia arte e pretendono di capirla, come se fosse necessario capire, quando basta semplicemente amare”. Francesco non vuole pietre grosse per riedificare San Damiano, ma vuole pietre belle. L’anima delle cose non sta solo nella loro funzionalità, ma nel piacere estetico che dona gioia: ricostruire e riformare una chiesa non è alzare dei muri, ma creare un luogo che accolga gli uomini e le donne nel loro abbraccio con Dio.
E cosa c’è di più bello del mondo che c’è stato donato e che ci circonda? Al creato è affidato il compito di rivelare l’umanità, quel creato che continuamente s’intreccia ed in una metamorfosi attraversa e dissolve i corpi dei personaggi: il lebbroso diventa, nella sua paura di essere rifiutato, immobile come un olivo, la pioggia arriva a confondersi alle lacrime di Francesco e di suo padre, le “rocce spezzate della Verna” si piegano per ospitare la sua sofferenza e dare spazio ad una nuova serenità, alla fine Dio si avvicina leggero come un tramonto non voluto, e nello stesso tempo atteso.
Ma torniamo alle foglie che danno avvio alla messa in scena. Sono inizialmente mosse da bastoni, che, insieme al bisbiglio degli attori, “cantano i mormorii dell’autunno”. È bella questa scena iniziale, non servono altri contrappunti sonori, sono i rumori della natura ricreata in scena, rumori reali di calpestio e fruscio che permettono allo spettatore di entrare nell’universo di Francesco. Ma i bastoni si sollevano, lasciano la terra, si scontrano, diventano armi da combattimento o giochi di guerra per ragazzi. L’ardore della giovinezza, la lotta, gli amori, la forza nel corpo di Francesco. Le foglie restano lì, in attesa, finché sono raccolte e sbriciolate dagli amici di Francesco, che le lasciano ricadere nell’aria. Fragili. Ed è così con la metafora delle foglie che inizia il sogno di Francesco a San Damiano davanti ad un crocifisso bizantino abbandonato.
Zanoletti pensa Francesco, uno dei più grandi santi celebrati dalla Chiesa cattolica e amato da tante confessioni religiose, nella sua fragilità. La fragilità fa parte della natura umana ed il suo accettarla non è forse condizione indispensabile per la santità? Forse, ma certamente sta qui la sua forza: nell’accettazione di questa fragilità non c’è più paura, paura di deludere, davanti al padre piangente, paura di morire, nell’abbraccio con un lebbroso, paura di non essere amato, nella dolcezza dell’incontro con Chiara, paura di essere imprigionato come eretico nell’affrontare papa Innocenzo III, che alla fine si sporca anche lui un po’ di quelle foglie nella sua veste bianca…
Gli amici sbriciolano per lui le foglie, inizio di una nuova vita. Allo stesso modo, per lo più in tutto il copione, sono gli altri a parlarci di lui, Francesco dice poco, è visto con gli occhi di chi ha vissuto con lui. Come la scena del processo sulla piazza davanti al duomo di San Rufino: sono gli amici che si prendono sulle spalle a vicenda per vederlo e ci dicono le emozioni e i tremori dell’incontro fra il giovane e il vescovo Guido. Narrazione dentro la narrazione, come il cammeo dell’incontro al fiume fra Chiara e Francesco: l’attore si fa narratore ed ancora una volta lo spettatore s’immedesima con chi c’era, con uno dei compagni del santo.
Dal testo emerge anche un elemento messo in gioco spesso dal teatro - basti citare il Francesco, giullare di Dio di Dario Fo – ovvero proprio la teatralità di Francesco.
«Vi ricordate quando a Foligno fingeva di essere storpio, o addirittura cieco, per chiedere la carità». Francesco attore, gioca al teatro. Fingere, brutto verbo che risveglia nella nostra mente immagini di nascondimenti, tradimenti, la paura di dirsi per quello che si è, ma verbo che, nella sua origine etimologica, racchiude significati sorprendenti: l’idea del dare forma, del plasmare, in altre parole della possibilità data alla creatura di creare. Francesco sperimenta nel gioco teatrale la povertà, la bruttezza, la malattia, lui bel giovane di Assisi, perso per la guerra e vinto dalla santità. “Gli riusciva benissimo”! Sperimenta come un bambino al “fare finta di” e s’immedesima fino ad identificarsi con l’altro da sé uomo e l’Altro da sé Dio, nel Cristo segnato dalla croce.
È forse per questa sua vocazione all’essere giullare di Dio, alla semplicità della Verità che guarda disarmata in faccia la menzogna che Francesco nel suo eremitaggio doloroso ride con la freschezza di un fanciullo. Abile è la scrittura scenica di Zanoletti che gli mette davanti l’amico Michele con una coperta in mano «Prendila, puoi farne quello che vuoi. Decidi tu, però fammi la cortesia di prenderla, fammi vedere che la prendi», sentirsi la coscienza a posto, cercare esteriormente la pace. Quanto lontano è Francesco che cerca fino allo sfinimento una pace profonda.
Da ultimo una parola sul vento, elemento impalpabile, ma reale, un vento «che ha un senso», un vento che muove le tegole di San Damiano distrutta, un vento «che prende le ossa», un vento metafora di Dio, che non si può afferrare «leggero come una foglia e poi caldo e freddo». Ed è il vento che all’inizio accarezza fruscii di fronde e che alla fine accompagna Francesco, «improvvisamente, immobile, muto, freddo, come una manciata di terra; leggero, discreto, sincero, come un soffio di vento».
Un soffio di vento. Chi non rimane stupito da un soffio di vento improvviso, come un piccolo miracolo che ci prende impreparati e che spesso, appena passato già dimentichiamo? È proprio Soffio il titolo dell’altra pièce di Zanoletti presentata in questo volume, e non potrebbe essere altrimenti visto l’argomento. Chi non si è lasciato incantare, e non solo impaurire, da quelle presenze, spesso discrete, che sono i clochard che vivono l’altra parte della città, quella sconosciuta, notturna. Un caso della vita, come spessissimo accade nelle biografie dei cosiddetti “barboni”, e ci si trova sulla strada a farsi un tetto di cartone sotto le stelle e due giornali per difendersi dalle notti più pungenti. Nel testo Marconi con la sua storia di amore fallito ci ricorda come la distanza fra noi e loro, il popolo che vive l’altra metà della città, non sia poi tanto vasta, solo un evento, un desiderio infranto, una lontananza, una paura che diventa più grande e ci si avvia alla vita di strada.
Questa è una storia diversa, che non cerca una taglio sociologico sul fenomeno dei senza fissa dimora, ma vuole tingere di poesia questa condizione.
Marconi ha i suoi occhiali storti e rotti per guardare le stelle, e le stelle guardano lui che non si rinchiude nei confini di una casa e che lascia entrare il mondo nel suo cuore. Un personaggio che sembra uscito da certa magia felliniana, scarpe leggere senza lacci, sembra la piccola Gelsomina compagna di Zampanò ne La strada. Tanto provato, ma ancora pronto ad accogliere, a fare spazio all’altro: la sua strada tranquilla, il piccolo Vicolo 6, nel suo cuore vorrebbe divenire un albergo per avere dei compagni, oltre a Gino.
Si scopre piano piano nella sua tristezza - «c’è il rischio che ti portino via tutto… tranne i cattivi pensieri e i reumatismi» - e nella memoria, le piccole foto, tracce indelebili dei ricordi di una vita.
Marconi sulla scena non è solo. Sua compagna strana in questa notte stellata, Bianca lo spinge continuamente a guardare in alto verso il cielo «basta guardare in alto. Si imparano molte cose guardando il cielo», «più in alto si è, meglio si sente il vento».
Torna il vento nei testi teatrali di Zanoletti come una cifra stilistica, un incantamento che viene forse dalle montagne della Val Seriana dove vive (in montagna il vento ha un altro profumo quando sbatte sulle persiane) e che a teatro è difficile da rendere, ma Zanoletti non mette in atto macchine da scena in uso in vecchi allestimenti shakespeariani, si limita ad accennare ad un vento che poi ciascuno, come per il bosco di Francesco, cercherà nella propria memoria, assolutamente personale ed unico.
Un po’ come ciascuno è invitato a dare un significato per il finale di questo secondo pezzo, magico e sognatore: chi è Bianca, presenza evanescente e misteriosa? Dove va Marconi che si mette con il suo regalo in posizione di volo? Una magia concessa solo a chi ha scelto per la sua vita di non trattenere nulla se non poche fotografie ingiallite, «qui ci conservo i miei desideri… È pieno. Qui invece ci tengo le mie cose: è quasi vuoto»
Una cosa è certa. Insieme Marconi e Bianca hanno guardato le stelle e nel fare questo hanno come stretto un tacito patto fra loro. Nell’etimologia latina del verbo desiderare c’è proprio il contemplare le stelle, non a caso chi guarda gli astri luminosi guarda oltre, e sogna un mondo migliore. «Sognare è la cosa che mi riesce meglio – dice Marconi a Bianca – Ogni tanto mi guardo allo specchio per vedermi pensare… Mi piace pensare. Vorrei pensare di più». Il pensiero diventa sogno, ma non fantasticheria, fermo fra i suoi stracci e le sue poche cose, Marconi guarda il mondo e lo può giudicare per la sua semplicità, magari accompagnato da un angelo, che sotto sotto è semplicemente una ragazza che gli dona un sorriso, e non è poco.
Maria Grazia Panigada